La rete collegata a Israele spinge a dare forma alla narrativa della protesta esterna all’Iran

Un’indagine di Al Jazeera scopre come una campagna coordinata che coinvolge funzionari israeliani e account sospetti sta dirottando l’hashtag #FreeThePersianPeople.

La rete collegata a Israele spinge a dare forma alla narrativa della protesta esterna all’Iran
Donne attraversano una strada a Teheran sotto uno striscione che mostra le mani che tengono saldamente le bandiere iraniane in segno di patriottismo il 14 gennaio 2026 [Vahid Salemi/AP]

I momenti trascendenti della geopolitica che si ripercuotono in tutto il mondo non sono più forgiati solo nelle strade o nelle situazioni interne. Sono sempre più progettati nella sfera digitale, dove gli attori, spesso con obiettivi egoistici, competono per controllare la narrazione, definirne il significato e decidere chi parla per chi.

Nelle ultime settimane, quando sono scoppiate le proteste nelle città iraniane, l’hashtag #FreeThePersianPeople ha fatto tendenza su X. La campagna è stata accompagnata da un’ondata di post che annunciavano un imminente “momento decisivo” nella storia dell’Iran e si presentavano come la voce autentica del popolo iraniano.

Tuttavia, un’ampia analisi dei dati condotta da Al Jazeera rivela un quadro diverso.

I dati di
I dati di Tweet Binder rivelano che la maggior parte dei post manca di coinvolgimento organico [Al Jazeera]

Monitorare le fonti di questa interazione e i suoi percorsi di diffusione rivela che la campagna digitale non ha avuto origine organicamente dall’Iran.

Invece, è stato guidato da reti esterne – principalmente account legati a Israele o circoli filo-israeliani – che hanno svolto un ruolo centrale nello slancio produttivo e nell’orientare il discorso verso obiettivi geopolitici specifici.

Modelli di circolazione “anomali”.

I dati associati alla campagna rivelano una sorprendente anomalia nella modalità di diffusione dell’hashtag, indicativa di un’amplificazione artificiale.

L’analisi di Al Jazeera ha rilevato che il 94% dei 4.370 post analizzati erano retweet rispetto a una percentuale trascurabile di contenuti originali.

Ancora più significativo, il numero di account che producono contenuti originali non ha superato i 170 utenti, ma la campagna ha raggiunto più di 18 milioni di utenti.

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Questo enorme divario tra il numero limitato di fonti e la vasta portata è un segno distintivo delle operazioni di influenza coordinata, spesso definite “astroturfing”, in cui i messaggi preconfezionati vengono amplificati per creare l’illusione di un consenso pubblico diffuso.

Un’unica narrazione, molteplici formati

Un esame del contenuto mostra che l’hashtag non era semplicemente un’espressione di rimostranze sociali o economiche. Al contrario, ha portato avanti un rigido quadro politico progettato per riformulare e riversare effettivamente i disordini.

Il discorso ha descritto gli sviluppi interni all’Iran come un “momento di collasso” e si è basato su chiari binari: “Popolo contro Regime”, “Libertà contro Islam politico” e “Iran contro Repubblica islamica”.

La campagna promuoveva fortemente Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià iraniano, come unica alternativa politica. Lo stesso Pahlavi si è impegnato nella campagna, una mossa che è stata immediatamente amplificata dai resoconti israeliani che lo descrivono come il “volto dell’Iran alternativo”. Ma non è considerato in questi termini dalla maggioranza degli iraniani, molti dei quali ricordano gli abusi di suo padre e come la CIA lo riportò al potere nel 1953 con un colpo di stato orchestrato da Stati Uniti e Regno Unito.

Traduzione: oggi condivido con voi la mia prima chiamata e vi invito a iniziare a cantare slogan questo giovedì e venerdì, 18 e 19 Dey, contemporaneamente alle 20:00, tutti voi per strada o anche dalle vostre case. Sulla base del feedback di questa azione, vi annuncerò le prossime chiamate.

Coinvolgimento diretto israeliano

La campagna non si è limitata ad attivisti anonimi. Ha comportato anche la partecipazione diretta di attuali ed ex funzionari israeliani durante il culmine della campagna.

Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha pubblicato un tweet in persiano indirizzato al popolo iraniano, chiedendo la “caduta del dittatore” ed esprimendo sostegno alle proteste.

Traduzione: il popolo iraniano merita una vita libera, liberato dal dittatore assassino Khamenei. Siamo con te!

Allo stesso modo, i tweet dell’ex primo ministro israeliano Naftali Bennett sono stati ampiamente diffusi all’interno della rete dell’hashtag, riproposti per adattarsi alla narrativa della “liberazione”.

Trasformare le proteste in una guerra ideologica

Una delle caratteristiche più importanti della campagna è stato il tentativo di riformulare le proteste come un conflitto contro la religione piuttosto che contro la cattiva gestione economica e la repressione politica.

Post che descrivono il governo iraniano come un “regime islamista oppressivo” sono circolati insieme a narrazioni che dipingevano il “popolo persiano” come vittime dell’Islam. Questo tentativo di distinguere tra “persiani” e “musulmani” sembrava mirato a isolare il regime dalla società iraniana e a inquadrare i disordini come uno scontro di civiltà.

Anche attivisti israeliani, tra cui Eyal Yakoby e Hillel Neuer, hanno diffuso contenuti che accusano le autorità iraniane di eccessiva violenza e attaccano quello che hanno definito il “silenzio dei media internazionali”.

Richieste di intervento straniero

Il discorso si è rapidamente evoluto dalla solidarietà agli appelli espliciti all’intervento militare straniero. E questa narrazione è stata sostenuta dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha bombardato i siti nucleari iraniani come parte della guerra di 12 giorni di Israele contro l’Iran a giugno.

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La rete ha amplificato le dichiarazioni attribuite a Trump riguardo alla disponibilità di Washington ad intervenire. Pahlavi ha accolto pubblicamente queste dichiarazioni, inquadrandole come sostegno al “cambiamento”.

Allo stesso tempo, i membri del Congresso degli Stati Uniti, tra cui il deputato Pat Fallon, membro del Partito repubblicano di Trump, hanno ulteriormente amplificato questi sentimenti mentre dozzine di account all’interno della rete hanno indirizzato tweet al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sollecitando un intervento diretto israeliano.

La sequenza temporale di Tweet Binder rivela picchi di attività che coincidono con intervalli di pubblicazione intensivi.
La sequenza temporale di Tweet Binder rivela picchi di attività che coincidono con intervalli di pubblicazione intensivi [Al Jazeera]

I ‘burattinai’ dietro la rete

L’analisi della rete di Al Jazeera ha identificato specifici “nodi centrali”, o account, che hanno svolto un ruolo fondamentale nell’amplificare l’hashtag.

  • “Ritmo di X”: Questo account è emerso come un hub centrale per l’interazione. Creato nel 2024, ha cambiato nome cinque volte. Il suo contenuto si concentra quasi esclusivamente sul sostegno a Israele, sulla promozione della monarchia iraniana e sull’appello all’azione degli Stati Uniti contro il Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche iraniane.
L'hashtag è guidato da account esterni che agiscono come nodi nella rete di diffusione [Al Jazeera]
L’hashtag #FreeThePersianPeople è guidato da account esterni che agiscono come nodi nella rete di diffusione [Al Jazeera]
  • “Nioh Berg”: Questo account verificato creato nel 2017 (che ha anche cambiato nome cinque volte) identifica il suo utente come un “attivista ebreo iraniano”. La presenta come una voce chiave del movimento e dice che è ricercata dalle autorità iraniane.
L’analisi della rete rivela l’impronta digitale israeliana nello sfruttamento delle proteste in Iran [Al Jazeera]
L’analisi della rete rivela un’impronta digitale israeliana nel tentativo di modellare la narrativa sulle proteste in Iran [Al Jazeera]
  • “Stanza della guerra israeliana”: L’analisi mostra una forte sovrapposizione tra la rete “Nioh Berg” e l’account “Israel War Room”, che diffonde regolarmente contenuti politici e di sicurezza in linea con le narrazioni dello stato israeliano.
L’analisi della rete ha rivelato un’impronta israeliana nello sfruttamento delle proteste iraniane [Al Jazeera]
L’analisi della rete rivela che la campagna digitale a sostegno delle proteste antigovernative iraniane non ha avuto origine organicamente dall’Iran [Al Jazeera]

Fabbricare una crisi

L’indagine conclude che la campagna #FreeThePersianPeople non è stata un’espressione digitale spontanea della rabbia interna iraniana.

Sembra invece trattarsi di un’operazione di informazione politicizzata costruita al di fuori dell’Iran e guidata da reti legate a Israele e ai suoi alleati. La campagna ha dirottato con successo le legittime rivendicazioni economiche, riformulandole all’interno di un progetto politico più ampio che collega la “liberazione dell’Iran” al ritorno della monarchia e all’intervento militare straniero.

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